La Gen Z e il difficile ingresso nel mondo del lavoro secondo Intelligent
La Generazione Z, ovvero i giovani nati tra il 1997 e i primi anni 2010, si affaccia con difficoltà al mondo del lavoro, un passaggio segnato da molteplici ostacoli. Secondo un recente rapporto elaborato dalla piattaforma di consulenza educativa e professionale Intelligent, cresce l’esitazione tra le aziende nel voler assumere questi nuovi lavoratori. Il sondaggio, condotto su quasi 1.000 manager responsabili delle assunzioni, ha messo in luce come un datore di lavoro su sei sia riluttante ad assumere i giovani della Generazione Z, spesso etichettati come presuntuosi o facilmente offesi. Questi giovani, cresciuti nell’era digitale, sembrano incontrare difficoltà nell’adattarsi alle dinamiche tradizionali del mercato lavorativo, generando perplessità e tensioni tra le aziende che dovrebbero accoglierli.
Disconnessione tra formazione e pratica
Una delle criticità più evidenti che affliggono la Generazione Z è rappresentata dalle loro aspettative riguardo al mondo del lavoro. Oltre la metà dei manager intervistati denuncia infatti che i giovani laureati tendono a focalizzarsi maggiormente sulle attività extracurriculari e sulle performance accademiche, piuttosto che sull’acquisizione di esperienze lavorative concrete. Questa disconnessione tra formazione e pratica genera un profondo squilibrio tra ciò che i giovani si aspettano dal loro primo impiego e le effettive esigenze delle aziende.
Holly Schroth, docente alla Haas School of Business dell’Università di Berkeley, sottolinea come questa discrepanza abbia condotto molti neolaureati ad avere “aspettative irrealistiche” riguardo alle dinamiche lavorative e ai rapporti con i superiori. Inoltre, evidenzia che i giovani della Gen Z spesso mostrano carenze nelle competenze sociali fondamentali per interagire efficacemente con clienti, colleghi e datori di lavoro, risultando in difficoltà nell’adeguarsi alle norme comportamentali richieste in un contesto professionale.
In questo scenario, la formazione accademica e il mondo del lavoro sembrano sempre più distanti, relegando i giovani a un limbo tra ciò che apprendono durante gli anni di studio e le competenze richieste dalle aziende. Questo divario tra le attese dei neolaureati e la realtà del mercato del lavoro si traduce frequentemente in delusione e frustrazione, sia per i giovani che per le imprese stesse.
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Sei aziende su dieci hanno licenziato un neolaureato nel 2024
Un’altra critica emersa dallo studio riguarda la scarsa iniziativa dei giovani lavoratori. Molti dirigenti, infatti, hanno lamentato come i neolaureati spesso non dimostrino sufficiente motivazione nel procedere con autonomia nelle sfide aziendali. Nel corso del 2024, molte aziende hanno riscontrato comportamenti inadeguati da parte dei giovani assunti: arrivi in ritardo, mancato rispetto dei codici di abbigliamento aziendali, e difficoltà nell’utilizzare un linguaggio adeguato all’ambiente professionale. Questi comportamenti sono considerati segnali di un’insufficiente preparazione per affrontare il mondo del lavoro, motivo per cui diverse aziende faticano a trattenere i giovani lavoratori della Gen Z. Non sorprende, dunque, che circa sei aziende su dieci abbiano licenziato almeno un neolaureato nell’ultimo anno, citando come cause principali la mancanza di motivazione, la scarsa professionalità e debolezze nelle capacità di comunicazione.
Questo scenario ha portato molte scuole e istituzioni a tentare di colmare il vuoto attraverso programmi di inserimento lavorativo. In Italia, il progetto “scuola-lavoro” è stato introdotto proprio con l’obiettivo di creare un ponte tra la formazione accademica e il mondo professionale, offrendo agli studenti un’opportunità di avvicinarsi alla vita lavorativa. In altri paesi, come nel Regno Unito, alcune scuole superiori stanno sperimentando giornate scolastiche di 12 ore per abituare i giovani ai ritmi e alle richieste tipiche di un ambiente professionale. Alla luce di queste difficoltà, i datori di lavoro hanno identificato alcune qualità chiave che potrebbero migliorare le possibilità di assunzione dei giovani laureati. Secondo Huy Nhuyen, consulente formativo di Intelligent, i giovani lavoratori dovrebbero cercare costantemente feedback per dimostrare la propria crescita personale: «Fate domande, cercate feedback e applicatelo per dimostrare la vostra crescita personale», afferma Nhuyen. Inoltre, costruirsi una reputazione basata sull’affidabilità, mantenendo un atteggiamento positivo, rispettando le scadenze e offrendo volontariamente il proprio contributo nei progetti, è considerato un passo fondamentale per dimostrare il proprio valore all’interno di un’azienda.
Le percentuali rivelatrici: tutti i motivi per cui le aziende faticano ad assumere la Gen Z
Al vertice della lista dei problemi che i datori di lavoro riscontrano con i nuovi assunti della Generazione Z, si colloca la mancanza di motivazione o iniziativa, segnalata da un impressionante 50% delle aziende. Questa cifra riflette un’accusa diffusa: molti giovani sembrano restii a mettersi in gioco, ad assumersi responsabilità e a prendere iniziative in modo autonomo. Non è una questione di pigrizia, bensì di una sorta di blocco, un’incapacità di afferrare le redini della situazione e farsi avanti in un ambiente che richiede energia e proattività.
A seguire, con il 46%, troviamo una critica altrettanto importante: la mancanza di professionalità. In un mondo del lavoro sempre più fluido e dinamico, dove le competenze tecniche vanno a braccetto con l’adeguamento a norme comportamentali consolidate, la professionalità rimane un caposaldo indiscutibile. Tuttavia, è chiaro che molti giovani faticano a rispettare le regole non scritte del mondo aziendale, come il rispetto per le gerarchie, l’uso di un linguaggio appropriato o la presentazione personale.
La scarsa organizzazione è il terzo fattore di critica, segnalato dal 42% delle aziende. L’organizzazione è essenziale per mantenere un flusso di lavoro costante e produttivo, e la sua mancanza rappresenta una difficoltà per molti giovani neolaureati, che spesso si trovano a gestire compiti multipli senza un metodo strutturato. L’impreparazione a gestire scadenze e priorità emerge come un nodo cruciale da sciogliere.
Ma non è solo l’organizzazione il problema. Il 39% dei datori di lavoro lamenta scarse competenze comunicative, un altro punto dolente per la Generazione Z. Saper comunicare, saper trasmettere idee in modo efficace e chiaro è fondamentale in ogni ambiente professionale. Che si tratti di confrontarsi con i superiori, interagire con i colleghi o rapportarsi ai clienti, la comunicazione è uno strumento essenziale, e i giovani sembrano non essere adeguatamente preparati a usarlo.
Una sorpresa, forse, è il dato che riguarda le difficoltà nell’accettare feedback, segnalato dal 38% delle aziende. Il feedback, che dovrebbe essere uno stimolo per migliorarsi e crescere professionalmente, viene spesso percepito come una critica personale, generando reazioni di difesa o frustrazione. Ciò impedisce ai giovani di trarre vantaggio dalle esperienze negative, trasformandole in opportunità di crescita.
Infine, un altro dato significativo riguarda la mancanza di esperienza lavorativa rilevante, indicata sempre dal 38% delle aziende. È un paradosso ben noto: ai giovani si richiede esperienza, ma senza opportunità per fare pratica, come possono acquisirla? Eppure, questa rimane una delle principali criticità riscontrate dalle imprese, che faticano ad accogliere neolaureati privi di un bagaglio lavorativo concreto.
In chiusura, emergono altre aree di debolezza: scarse capacità di problem-solving (34%), competenze tecniche insufficienti (31%), difficoltà ad adattarsi alla cultura aziendale (31%) e problemi nel lavoro di squadra (30%). Questi dati dipingono un quadro complesso e articolato delle sfide che la Generazione Z deve affrontare. Se da un lato vi sono lacune tecniche, dall’altro vi è una mancanza di preparazione alle dinamiche sociali e relazionali del mondo del lavoro.
Il quadro tracciato da queste percentuali non è un atto d’accusa nei confronti di una generazione, ma un invito, chiaro e forte, a ripensare i percorsi di formazione e a colmare il divario tra il mondo accademico e quello professionale. Se si vuole che la Generazione Z diventi la colonna portante del futuro lavorativo, occorre fornire loro non solo competenze tecniche, ma anche strumenti concreti per affrontare con successo le sfide del mondo aziendale.
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La frattura tra istruzione e lavoro: un gap generazionale
La transizione dalla vita accademica al mondo del lavoro rappresenta un terreno complesso e spesso disorientante per molti giovani della Generazione Z. Abituati a un percorso di studi strutturato e scandito da regole precise, si trovano improvvisamente immersi in un ambiente professionale dove l’autonomia, la capacità di adattamento e l’iniziativa personale sono requisiti fondamentali per il successo.
Come sottolinea Huy Nguyen, consulente per lo sviluppo professionale, i giovani laureati possiedono spesso un solido bagaglio teorico, frutto di anni di studio, ma quando si tratta di mettere in pratica quelle conoscenze, emergono lacune significative. «Entrare nel mondo del lavoro», osserva Nguyen, «è uno shock: un contrasto profondo rispetto all’ambiente accademico. Questi giovani non sono preparati a gestire dinamiche aziendali fluide o a navigare in ambienti meno strutturati.»
E le aziende se ne accorgono. Responsabili delle risorse umane e manager lamentano che la Gen Z ha problemi di autodisciplina, cruciale in contesti lavorativi.
Il 70% dei giovani chiede aiuto ai genitori, manager esasperati da ritardi e scarsa autonomia
Vi è un altro elemento che mette in luce le difficoltà di questa transizione: il ruolo predominante dei genitori nella ricerca di lavoro dei giovani. Un sondaggio di ResumeTemplates ha rilevato che il 70% dei giovani coinvolge i propri genitori nel processo di ricerca del lavoro, con alcuni che li portano persino ai colloqui. Questa dipendenza dall’aiuto familiare riflette una difficoltà nella costruzione di quella fiducia in sé stessi necessaria per affrontare le sfide del mercato.
Il messaggio che emerge dai datori di lavoro è chiaro: iniziativa personale e atteggiamento positivo sono requisiti imprescindibili per avere successo. I giovani non devono solo essere ben preparati dal punto di vista teorico, ma devono anche sapersi destreggiare con esperienze concrete, magari acquisite tramite tirocini o lavori part-time. L’esperienza pratica diventa un valore irrinunciabile, una moneta preziosa che dimostra capacità reali e concrete.
L’importanza della presenza online nel mercato del lavoro
Un aspetto cruciale, ma spesso sottovalutato, riguarda la presenza digitale dei candidati della Generazione Z. In un’epoca in cui i confini tra pubblico e privato si sono assottigliati, la cura della propria immagine professionale sui social media diventa fondamentale. Le aziende oggi sono sempre più attente alla reputazione online dei candidati. Secondo una ricerca di Yello, il 80% dei recruiter considera la presenza sui social media un elemento essenziale per valutare un candidato. Evitare discussioni su temi controversi, in particolare quelli politici, emerge come una strategia chiave per non alienare potenziali datori di lavoro. Una presenza online curata può quindi trasformarsi in un fattore decisivo nell’ottenere un impiego.
In sintesi, i membri della Generazione Z sono chiamati a dimostrare non solo le proprie competenze teoriche, ma anche a saper navigare con abilità e consapevolezza le dinamiche del mondo del lavoro. La capacità di interagire efficacemente e di presentarsi in modo professionale sui social può fare la differenza tra il successo e l’insuccesso nella ricerca di un’occupazione. In un contesto lavorativo sempre più competitivo, le aziende si aspettano che i giovani dimostrino non solo capacità tecniche, ma anche un’adeguata maturità sociale e relazionale.
La Gen Z vuole di più: felicità sul lavoro non è solo un sogno, ma una necessità
La Generazione Z sembra essere al centro di un dibattito sempre più acceso che ruota attorno alla felicità sul lavoro. Non è una semplice aspirazione romantica, ma una richiesta concreta, una necessità che riflette un cambiamento profondo nelle dinamiche delle nuove generazioni all’interno del mondo professionale. I giovani nati tra la fine degli anni ‘90 e il primo decennio del 2000 si trovano a lavorare in un contesto che appare più fluido rispetto al passato, eppure le loro richieste di benessere sembrano disattese. Un recente studio ha rivelato che il 25% dei dipendenti della Generazione Z si dichiara infelice sul posto di lavoro, con il 20% di essi che medita di abbandonare il proprio impiego.
Ma da dove nasce questo senso di insoddisfazione? E perché la felicità sul lavoro è diventata così centrale per questa generazione? Non si tratta più di ambire semplicemente a uno stipendio sicuro o a ferie ben pagate. La Generazione Z guarda al di là del semplice compenso economico: è in cerca di uno scopo, di un significato più profondo. Vogliono sentirsi parte di qualcosa di più grande, desiderano un ambiente che metta al centro il loro benessere mentale, che offra opportunità di crescita personale e che permetta loro di bilanciare lavoro e vita privata in modo autentico.
La figura del Chief Happiness Officer
Aziende come Google e Spotify hanno già compreso questo cambiamento e si sono adattate creando figure come il Chief Happiness Officer (CHO), incaricato di promuovere il benessere all’interno del luogo di lavoro. Ma per molti datori di lavoro più tradizionali, queste richieste sembrano eccessive, se non addirittura capricciose. La verità è che per i giovani lavoratori della Generazione Z la felicità non è un lusso, ma una condizione necessaria per poter dare il meglio di sé. Non si accontentano di comfort superficiali o di concessioni temporanee; vogliono un contesto lavorativo che rifletta i loro valori e le loro ambizioni.
Questo non significa che la Generazione Z sia più fragile o meno resistente alle difficoltà. Al contrario, la loro esigenza di benessere e di equilibrio tra vita e lavoro nasce dalla consapevolezza che la produttività non può esistere senza una solida base emotiva. Lavorare per vivere, non vivere per lavorare, è un concetto che questa generazione ha interiorizzato a fondo. Sì, forse sono più difficili da accontentare rispetto alle generazioni precedenti, ma forse non è tanto una questione di difficoltà quanto di lucidità.
Il messaggio che queste nuove leve stanno lanciando è chiaro: le aziende che non sapranno adattarsi a queste richieste rischiano di perdere i migliori talenti. Non si tratta di un capriccio generazionale, ma di una riflessione su cosa significhi davvero lavorare in modo efficace e soddisfacente. E chissà, forse la Generazione Z ha davvero ragione: il futuro del lavoro non può più basarsi solo su vecchi paradigmi, ma deve evolversi verso un concetto più umano, più centrato sul benessere complessivo della persona.